Ci sono strumenti che si scelgono per le loro prestazioni e altri che incuriosiscono perché promettono un modo diverso di vivere l'astronomia.
Dopo anni trascorsi tra telescopi tradizionali, montature equatoriali, reflex, camere astronomiche e lunghe serate dedicate a montaggi, allineamenti e acquisizioni, ho deciso di affiancare alla mia strumentazione un oggetto molto diverso da quelli che mi hanno accompagnato finora: il Seestar S30 Pro.
Non è un sostituto dei telescopi che utilizzo abitualmente, né vuole esserlo. È semplicemente uno strumento nato con una filosofia differente, capace di racchiudere in un corpo compatto ottica, sensore, montatura computerizzata ed elaborazione delle immagini.
La prima cosa che colpisce è proprio la semplicità.
Si appoggia sul treppiede in dotazione, piccolo, pratico che permette riprese in Altazimutale. Volendo qualcosa di più solido può, con una testa inclinabile secondo la latitudine del posto, eseguire le riprese sia in Altazimutale che in modalità Equatoriale che estende i tempi fino a 60 secondi.
Si accende e, nel giro di pochi minuti, è pronto a riconoscere il cielo, puntare automaticamente gli oggetti e iniziare a fotografarli. Dietro questa apparente immediatezza si nasconde una tecnologia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile in uno strumento così piccolo.
Cosa c'è dentro il Seestar S30 Pro?
Il Seestar S30 Pro è uno strumento decisamente diverso dai classici telescopi smart. La sua caratteristica più interessante è la presenza di due sistemi ottici indipendenti, pensati per utilizzi differenti.
Il primo è il vero telescopio astronomico: un rifrattore apocromatico a quattro elementi con vetro ED, da 30 mm di apertura, 160 mm di focale e rapporto focale f/5,3. È dedicato all'osservazione e alla fotografia di Luna, Sole, nebulose, galassie e ammassi stellari.
Accanto al telescopio trova posto una seconda fotocamera grandangolare, con obiettivo da 6 mm f/1,75, pensata per riprendere ampie porzioni di cielo, la Via Lattea, paesaggi astronomici e realizzare timelapse e star trail. Le due ottiche lavorano in modo complementare e aprono possibilità fotografiche molto interessanti.
Anche i sensori sono due.
Il telescopio principale utilizza un Sony IMX585 retroilluminato, da 8,3 megapixel (3840 × 2160), uno dei sensori più apprezzati negli ultimi anni anche sulle camere astronomiche dedicate grazie all'elevata sensibilità, all'ottima efficienza quantica e all'assenza dell'amp glow.
La fotocamera grandangolare impiega invece un Sony IMX586, anch'esso da 8,3 megapixel, dedicato esclusivamente alle riprese a largo campo.
Completano il sistema una montatura motorizzata con puntamento automatico, autofocus, filtri integrati (UV/IR-cut, doppia banda per nebulose e dark filter), memoria interna da 128 GB e un software che esegue automaticamente allineamento, inseguimento e stacking delle immagini direttamente sullo strumento.
Per la prima volta mi trovo tra le mani uno strumento che non è soltanto un telescopio, ma un piccolo osservatorio completamente automatizzato. La curiosità, adesso, è capire fino a dove riuscirà a spingersi e, soprattutto, come si integrerà con il mio modo di vivere e fotografare il cielo.
Non sarà il diametro di un obiettivo o la complessità di una montatura a determinare l'emozione di una notte sotto le stelle, ma la curiosità che continua a spingerci ad alzare lo sguardo. Se questo piccolo telescopio riuscirà a farmi vivere più spesso quel momento, allora avrà già raggiunto il suo scopo.


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