giovedì 30 luglio 2026

La pazienza della luce

Ci sono serate in cui il cielo sembra fare di tutto per scoraggiare l'astrofotografo. La Luna piena illumina ogni cosa, il fondo cielo perde contrasto e fotografare il profondo cielo diventa una sfida.

Quale momento migliore per testare la risposta della strumentazione nelle condizioni peggiori

Eppure Andromeda era lì, tranquilla come sempre.

Quella che appare come una tenue macchia lattiginosa è una galassia composta da circa un trilione di stelle e distante 2,5 milioni di anni luce. La luce registrata in questo scatto è partita quando sulla Terra i nostri antenati più antichi iniziavano appena a scheggiare la pietra.

Nonostante le condizioni tutt'altro che ideali, 56 pose da 20 secondi, per un totale di circa 18 minuti di integrazione, sono bastate a rivelare il nucleo brillante di M31, i suoi immensi bracci di spirale e persino le due piccole galassie satelliti, M32 e M110, che l'accompagnano nel suo lento viaggio nello spazio.

È una fotografia che mi ricorda una cosa semplice: il cielo profondo non pretende la perfezione. A volte basta avere la pazienza di raccogliere qualche fotone in più, anche sotto una Luna che sembrerebbe voler cancellare tutto.

Dati di ripresa

  • Oggetto: M31 – Galassia di Andromeda (con M32 e M110)
  • Costellazione: Andromeda
  • Data di ripresa: 29 luglio 2026
  • Integrazione: 56 × 20 s (≈ 18 minuti)
  • Condizioni: Luna piena
  • Strumento: Seestar S30 Pro
  • Elaborazione: Siril e Adobe Camera Raw

Ogni fotografia del cielo profondo è un incontro con una luce antichissima che, nonostante milioni di anni di viaggio, riesce ancora a trovare la strada fino a un piccolo sensore puntato verso il cielo.

Alla prossima...

I fili del tempo

A prima vista sembrano sottili veli sospesi nello spazio, quasi pennellate di luce adagiate sul fondo della Via Lattea. In realtà sono i resti di una gigantesca esplosione stellare avvenuta migliaia di anni fa.

Quella che ho fotografato ieri sera è la porzione orientale della Nebulosa Velo, la più luminosa dell'intero complesso, catalogata come NGC 6992. Situata nella costellazione del Cigno, fa parte di un enorme residuo di supernova che si estende per oltre tre gradi nel cielo: se fosse visibile a occhio nudo occuperebbe un'area circa sei volte più grande della Luna piena.

La luce che osserviamo oggi proviene da gas riscaldato dall'onda d'urto generata dall'esplosione di una stella massiccia avvenuta tra 10.000 e 20.000 anni fa. Da allora quei filamenti continuano a espandersi nello spazio a centinaia di chilometri al secondo, disegnando una delle strutture più spettacolari del cielo estivo.

Questa immagine è stata ottenuta in condizioni tutt'altro che favorevoli: 55 pose da 20 secondi, per un totale di circa 18 minuti di integrazione, con la Luna piena alta nel cielo a rischiarare il fondo. Nonostante questo, i delicati filamenti della nebulosa sono riusciti comunque a emergere, ricordandomi ancora una volta quanto il cielo profondo sappia sorprendere anche quando le condizioni sembrano remare contro.

Dati di ripresa

  • Oggetto: NGC 6992 – Nebulosa Velo Orientale (Caldwell 33)
  • Costellazione: Cigno
  • Data di ripresa: 29 luglio 2026
  • Integrazione: 55 × 20 s (≈ 18 minuti)
  • Condizioni: Luna piena
  • Strumento: Seestar S30 Pro
  • Elaborazione: Siril e Adobe Camera Raw

Ogni filamento racconta la stessa storia: anche quando una stella termina la propria esistenza, continua a lasciare una traccia di bellezza destinata a viaggiare nello spazio per migliaia di anni.

Alla prossima... 

martedì 28 luglio 2026

Lo stesso Sole, due modi di raccontarlo

Una delle domande che mi viene posta più spesso riguarda il colore del Sole nelle fotografie. È davvero arancione? Oppure è bianco?

La risposta è semplice: dipende dal filtro utilizzato.

Le due immagini che vedete sono state riprese a pochi istanti di distanza e mostrano esattamente lo stesso disco solare, con le medesime macchie. Ciò che cambia è il modo in cui la luce viene filtrata prima di raggiungere il sensore.

Nella prima immagine ho utilizzato il filtro Baader AstroSolar Safety Film ND 5.0, che restituisce il Sole nella sua luce naturale, con una tonalità neutra tendente al bianco. È il filtro più diffuso per l'osservazione in luce bianca e permette di apprezzare con grande fedeltà i dettagli della fotosfera e delle macchie solari.

La seconda immagine è stata invece realizzata con il filtro solare fornito con il Seestar S30 Pro. In questo caso il disco assume una caratteristica colorazione arancione, ottenuta dal materiale filtrante. Si tratta di una scelta puramente estetica: le strutture osservabili sono le stesse, cambia soltanto la resa cromatica.

Dal punto di vista scientifico entrambe le immagini mostrano la stessa superficie del Sole. La differenza è tutta nella percezione visiva, che può rendere una ripresa più naturale oppure più suggestiva, anche se sembra migliore quella col filtro Baader

È un buon promemoria del fatto che, in astronomia, ogni immagine è il risultato di una scelta tecnica. Prima ancora dell'elaborazione, è il filtro a determinare il modo in cui raccontiamo la luce.

Dati di ripresa

  • Soggetto: Sole
  • Data: 28 luglio 2026
  • Strumento: Seestar S30 Pro
  • Ottica: rifrattore apocromatico 30 mm – 160 mm f/5,3
  • Sensore: Sony CMOS IMX585
  • Immagine 1: filtro Baader AstroSolar Safety Film ND 5.0
  • Immagine 2: filtro solare originale Seestar S30 Pro
  • Elaborazione: stacking da sequenza video con l'App del Seestar

Immagine 1: filtro Baader AstroSolar Safety Film ND 5.0 (luce bianca)


Immagine 2: filtro solare originale Seestar S30 Pro (falsi colori)

Fermo restando che nella fotografia solare, soprattutto con strumenti da 30 mm come il Seestar, il limite principale è spesso il seeing: puoi avere il miglior filtro del mondo, ma se l'aria ribolle i dettagli fini spariscono comunque! 

Tenendo conto quanto appena affermato e che stiamo confrontando due immagini già elaborate e compresse, la ripresa con il Baader AstroSolar mi sembra leggermente migliore sotto diversi aspetti.

In particolare:

  • Macchie solari più incise. I bordi delle umbrae appaiono un po' più netti e il contrasto tra umbra e penombra è più evidente.
  • Granulosità della fotosfera. Anche se la risoluzione del Seestar non permette di mostrare la granulazione solare in modo marcato, nella versione Baader la superficie sembra meno "morbida".
  • Minor diffusione della luce. L'immagine arancione presenta un leggero effetto di velatura (scattering) che rende il disco un po' più uniforme e fa perdere microcontrasto.
  • Bordo del disco. Il limb solare nella versione Baader mi sembra leggermente più definito.

Questo è plausibile anche dal punto di vista ottico. Il Baader AstroSolar Safety Film ND 5.0 è considerato uno dei migliori filtri in luce bianca proprio perché:

  • ha un'elevata qualità ottica;
  • introduce pochissima diffusione della luce;
  • mantiene molto bene il contrasto fine.

Il filtro fornito con il Seestar S30 Pro è assolutamente valido e sicuro, ma è pensato per essere pratico e integrato nel sistema. Non mi sorprenderei se sacrificasse un po' di contrasto a favore della semplicità d'uso, che è la cosa che più conta per noi astrofili.


Alla prossima...

domenica 26 luglio 2026

I due volti della Luna

Ogni volta che la Luna supera il primo quarto sembra mostrare due mondi diversi.

Da una parte spiccano i grandi mari lunari, le vaste pianure scure nate miliardi di anni fa quando enormi impatti aprirono la crosta e il magma risalì in superficie, solidificandosi in distese di basalto. Dall'altra emergono gli altipiani, più chiari e antichi, segnati da una fitta rete di crateri che raccontano la storia più remota del nostro satellite.

È proprio questo contrasto a rendere così affascinante questa fase. Il terminatore, la linea che separa il giorno dalla notte lunare, si è ormai spostato verso ovest, ma continua a modellare il paesaggio con ombre che mettono in risalto rilievi, montagne e antichi bacini da impatto. Cambia la luce: ed è la luce, scorrendo lentamente sulla sua superficie, a rivelare ogni volta dettagli nuovi.


Alla prossima...

sabato 25 luglio 2026

La clessidra del tempo stellare

Fotografare la Nebulosa Manubrio (M27) significa osservare una stella mentre scrive il capitolo finale della propria esistenza.

Quella che appare come una delicata nube sospesa nella costellazione della Volpetta, a circa 1.300 anni luce dalla Terra, è in realtà l'involucro di gas espulso da una stella simile al Sole, ormai giunta al termine della sua evoluzione. Al centro della nebulosa rimane una nana bianca caldissima, destinata a raffreddarsi lentamente nel corso di miliardi di anni.

Il nome Dumbbell Nebula ("Nebulosa Manubrio") nasce dall'aspetto che mostrava nei primi telescopi ottocenteschi. Eppure, ogni volta che la osservo, mi ricorda molto di più una gigantesca clessidra cosmica: due lobi luminosi che sembrano trattenere il tempo mentre la stella continua, silenziosamente, a trasformarsi.

Anche questa immagine è stata realizzata sotto un cielo tutt'altro che ideale, dal Parco della Biodiversità di Catanzaro, con il bagliore dell'illuminazione urbana a fare da sfida. Eppure bastano pochi minuti di integrazione perché emerga una realtà invisibile ai nostri occhi: la testimonianza di una morte stellare che, nello stesso momento, arricchisce lo spazio degli elementi da cui nasceranno nuove stelle e nuovi pianeti.

Dati di ripresa

Soggetto: M27 (Nebulosa Manubrio / Dumbbell Nebula)
Costellazione: Volpetta (Vulpecula)
Data di acquisizione: 24 luglio 2026
Integrazione: 41 pose × 20 secondi (circa 13 minuti e 40 secondi)
Strumentazione: obiettivo apocromatico 30/160 mm f/5.3, sensore Sony IMX585 su astro-inseguitore
Elaborazione: pre-processing e stacking con Siril; rimozione del gradiente e ottimizzazione del fondo cielo con GraXpert.



Ogni nebulosa planetaria racconta la fine di una stella. Guardarla oggi significa ricordare che, nell'Universo, anche ciò che sembra una conclusione è spesso soltanto l'inizio di una nuova storia.


Alla prossima...

Un messaggio tra le stelle

Nel cuore della costellazione di Ercole si nasconde uno dei più antichi tesori della nostra Galassia.

Messier 13, il Grande Ammasso Globulare di Ercole

Situato a circa 22.000 anni luce dalla Terra, M13 è uno dei più grandi e luminosi ammassi globulari della Via Lattea. Al suo interno sono raccolte centinaia di migliaia di stelle, tenute insieme dalla reciproca gravità e concentrate in una sfera di appena un centinaio di anni luce di diametro. Molte di esse hanno oltre 11 miliardi di anni e sono tra gli astri più antichi della nostra Galassia.

Osservandolo al telescopio si ha l'impressione di guardare un piccolo universo nel quale ogni punto luminoso è un sole. Nelle fotografie più profonde, il nucleo centrale sembra quasi esplodere in una miriade di stelle, mentre quelle più esterne si disperdono lentamente nello spazio circostante.

M13 è noto anche per un episodio che ha segnato la storia della radioastronomia. Il 16 novembre 1974, in occasione dell'inaugurazione del radiotelescopio di Arecibo dopo un importante aggiornamento, venne trasmesso verso questo ammasso un messaggio radio di 1.679 bit contenente informazioni sull'umanità, sul Sistema Solare e sulla struttura del DNA. Non si trattava di un reale tentativo di stabilire un contatto — il segnale impiegherà circa 25.000 anni per raggiungere M13 e, nel frattempo, l'ammasso si sarà spostato lungo la sua orbita galattica — ma di una dimostrazione simbolica delle capacità tecnologiche raggiunte dall'uomo.

Questa fotografia è stata realizzata ieri sera, durante una serata divulgativa dellUnione Astrofili Catanzaresi, dal Parco della Biodiversità di Catanzaro che non ci risparmia di luci parassite, complice anche la città che lo circonda. 

Ho integrato 46 esposizioni da 20 secondi, per un totale di circa 15 minuti. Sapere che la luce raccolta ha viaggiato per oltre ventiduemila anni prima di raggiungere il sensore rende ogni immagine di M13 qualcosa di più di una semplice fotografia: è una finestra aperta su un passato remotissimo della nostra Galassia.

Dati di ripresa

  • Oggetto: Messier 13 (NGC 6205) – Grande Ammasso Globulare di Ercole
  • Costellazione: Ercole
  • Data: 24 luglio 2026
  • Strumento: Seestar S30 Pro
  • Ottica: rifrattore apocromatico 30 mm – 160 mm f/5,3
  • Sensore: Sony CMOS IMX585
  • Integrazione totale: 46 × 20 s (circa 15 minuti)
  • Elaborazione: Siril (pre-processing e stacking), GraXpert (rimozione del gradiente e ottimizzazione del fondo cielo)



Forse il messaggio di Arecibo non sarà mai ricevuto da nessuno. Ma continua a ricordarci che, almeno una volta, l'umanità ha deciso di rivolgere la propria voce verso un antico ammasso di stelle, quasi a dire all'Universo: «Noi siamo qui».


Alla prossima...

venerdì 24 luglio 2026

Dove nascono le stelle

La Nebulosa Aquila (M16) è uno dei luoghi dell'Universo che sembrano sospesi tra il presente e il futuro.

Situata a circa 7.000 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Serpente, è una vasta regione di formazione stellare dove immense nubi di idrogeno e polveri continuano a dare origine a nuove stelle. Al suo interno si trova il giovane ammasso aperto NGC 6611, le cui stelle più massicce, nate appena due o tre milioni di anni fa, illuminano e modellano il gas circostante con la loro intensa radiazione.

Tra le strutture più celebri della nebulosa si distinguono i Pilastri della Creazione, resi famosi dalle immagini del telescopio spaziale Hubble. Si tratta di gigantesche colonne di gas e polveri alte diversi anni luce, all'interno delle quali sono ancora in corso processi di formazione stellare. Nella seconda immagine ho evidenziato la loro posizione: non sono immediatamente riconoscibili in una ripresa realizzata con un piccolo telescopio, ma sapere che si trovano proprio lì rende questa fotografia ancora più affascinante.

È questo uno degli aspetti che più amo dell'astrofotografia. Ogni immagine non mostra soltanto ciò che l'occhio riesce a distinguere, ma racconta anche ciò che conosciamo grazie alla ricerca astronomica. Dietro quella tenue nebulosità rossastra si nasconde un laboratorio cosmico dove, ancora oggi, stanno prendendo forma nuove stelle.

Dati di ripresa

  • Oggetto: M16 – Nebulosa Aquila (NGC 6611)
  • Data: 23 luglio 2026
  • Luogo: Squillace Lido (CZ)
  • Strumento: Seestar S30 Pro
  • Ottica: rifrattore apocromatico 30 mm – 160 mm f/5,3
  • Sensore: Sony CMOS IMX585
  • Integrazione totale: 127 × 20 s (circa 43 minuti)
  • Elaborazione: Siril (pre-processing e stacking), GraXpert (rimozione del gradiente e ottimizzazione del fondo cielo)



Ogni volta che osserviamo una regione di formazione stellare stiamo assistendo a un processo che la Via Lattea ripete da miliardi di anni. Le stelle che un giorno illumineranno nuovi pianeti stanno iniziando il loro viaggio proprio in luoghi come questo.


Alla prossima...